Actions

Work Header

only you and me;; fred weasley

Chapter 12: ten;; mi ami?

Chapter Text

TEN;; MI AMI?

successe di nuovo tutto troppo in fretta: la porta si aprì di colpo.

 

entrarono medimaghi e curatrici per assisterla d’emergenza.

 

una curatrice mi accompagnò dolcemente sull’uscio e chiuse la porta dietro di me.

 

l’agitazione regnava padrona nella sala d’aspetto dell’ospedale. nessuno parlava.

 

gli sguardi persi, preoccupati, le mani tremanti. erano rimasti lì fuori per ore.

 

io rimasi in piedi, senza dir nulla. fuori la porta chiusa. lo sguardo fisso davanti a me.

 

ginny si avvicinò cauta, aveva il viso arrossato e gli occhi gonfi. «freddie» disse a voce strozzata. «vieni almeno a sederti»

 

mi prese la mano ed io mi lasciai trascinare come un corpo senza vita verso la seduta.

mi misi tra lei e il mio gemello.

 

george fu il primo che guardai davvero.

aveva i capelli arruffati e le occhiaie violacee sul viso.

 

«amico» gli appoggiai una mano sulla gamba che continuava a tremare. «ti prego, basta.»

 

le parole mi uscirono dalla bocca con un suono diverso, sconosciuto. più stanco. svuotato.

 

alzai lo sguardo sui presenti.

 

la figura di andromeda black mi colpì di nuovo in pieno petto.

 

come potevano una zia e una nipote somigliarsi così tanto?

 

più la guardavo, più l’immagine di angela mi si parava davanti.

 

mi passai una mano sul viso ma quando la abbassai, avevo le dita umide.

 

finalmente, i medici lasciarono la sua stanza.

 

«i parametri si sono stabilizzati» ci dissero, «ma dobbiamo aspettare che si risvegli.»

 

ci lasciarono entrare per vederla.

 

mi sedetti di nuovo sulla sedia accanto al suo letto. le presi la mano, immobile e fredda, in contrasto con la mia tremante e sudata.

 

il mio gemello, in piedi dietro di me, mi teneva una mano sulla spalla.

 

e improvvisamente, dal fondo della stanza, tra ron ed harry, comparve albus silente.

 

si avvicinò lento e silenzioso al lettino. guardò angela, pragmatico come sempre.

 

le posò una mano sulla fronte poi, chiuse gli occhi: sembrava stesse ascoltando qualcosa che nessun altro poteva sentire.

 

rivolse un cenno lento ad andromeda. come se potessero parlarsi solo con lo sguardo.

 

poi, si voltò verso di me.

«alcune cose accadono per una ragione» disse, «si riprenderà, vedrai.»

 

non riuscii a decifrarlo.

 

mi toccò la spalla e andò via.

 

abbassai la testa, appoggiandola sul materasso, accanto al suo braccio.

 

chiusi gli occhi e cercai di respirare lentamente, senza crollare.

 

«fred... andiamo a casa?» singhiozzò mia madre.

 

«no.» replicai secco, potevo sentire ogni centimetro della mia pelle tremare mentre cercavo di mantenere la calma «io resto qui.»

 

«ma sai che non puoi...»

 

«non la lascerò sola, ma'» mi guardai intorno.

 

«può restare, se vuole.» intervenne una medimaga dalla voce gentile.

 

la stanza si svuotò lentamente.

 

poco prima di uscire, tonks mi sfiorò la spalla. «grazie.» disse piano.

sembrava sul punto di piangere.

 

eppure, non avevo la più pallida idea di che cosa mi stesse ringraziando.

 

rimasi da solo con angela, ascoltando i suoni regolari della macchina che le monitorava i segni vitali.

 

ogni beep era un colpo di speranza, fragile, ma presente.

 

avvicinai la mano, poi la ritirai di colpo. alla fine, presi coraggio e le accarezzai il volto delicatamente.

 

forse, solo in quel momento la guardai davvero.

 

il suo aspetto mi colpì come una lama nel petto. la pelle era spenta. le labbra violacee, quasi grigie. i capelli arruffati, lunghi, completamente bianchi contro il cuscino.

 

persino il respiro sembrava troppo lento. troppo debole.

 

sembrava potesse sparire da un momento all’altro.

 

«perché tu?» sussurrai con la voce rotta. «non meriti tutto questo.»

 

fu solo in quel momento che lo capii, lo ammisi a me stesso con una chiarezza bruciante: l'amavo.

 

l'amavo davvero.

 

e capii che non era mai stata una semplice cotta.

 

era lei.

 

e senza volerlo, la mia mente tornò a quella notte di dicembre del quinto anno.

 

 

*flashback*

non riuscivo a dormire.

george russava piano nel letto accanto al mio. mi rigiravo in continuazione senza trovar pace.

alla fine, decisi di uscire.

 

e nel castello regnava la quiete. dopotutto, erano le tre di notte.

 

camminavo per i corridoi silenziosi, con le mani in tasca e la testa bassa.

pensavo ancora a lei. al suo sorriso, la sua risata. il solo ricordo bastava a farmi sentire sollevato.

 

passai distrattamente davanti a una porta socchiusa. mi fermai e indietreggiai di qualche passo: non ricordavo di averla mai vista.

 

entrai.

 

la stanza era spoglia, fredda. le finestre lasciavano entrare una luce bluastra e si poteva sentire la puzza di muffa dalle pareti.

 

in fondo alla sala, coperto a metà da un telo, c'era uno specchio.

 

la riconobbi perché angela me ne aveva parlato.

 

lo specchio delle emarb.

 

mi disse che vi aveva visto sé stessa diplomata con il massimo dei voti.

 

ma mentre lo raccontava desiderai una sola cosa: sentirle pronunciare il mio nome come se fosse importante. come se fosse lì, nei suoi desideri più profondi. nei suoi sogni. nel suo futuro.

 

ma questo non accadde.

 

mi avvicinai allo specchio, incerto, quasi spaventato e spostai lentamente il telo che lo copriva per rivelarlo nella sua interezza.

 

mi allontanai e inizialmente, chiusi gli occhi.

tirai un sospiro. li riaprii lentamente.

 

e mi si pararono davanti i miei sogni più profondi.

 

nelle stradine di hogsmade si apriva una vetrina colorata dalla grande insegna che recitava: “tiri vispi weasley”.

 

indossavo abiti babbani e tenevo la testa bassa rivolta verso… una bambina.

e stretta intorno il mio braccio, c’era lei.

 

angela.

 

la piccola, stretta nelle sue braccia, mi salutava agitando la manina.

ridevamo. ci baciavamo.

 

una fitta al cuore.

 

rimasi lì per due ore, fermo a guardare quel futuro che non sarebbe mai esistito.

 

tornai in quella stanza altre tre notti.

*fine flashback*

 

circa verso mezzanotte, i battiti sul monitor si fecero più rapidi.

 

mi alzai dalla sedia lentamente e mi avvicinai a lei.

 

«buon natale» mormorai sotto le labbra, mentre le lasciavo un bacio sulla fronte.

 

ovviamente, nessuna risposta.

ma non che me l’aspettassi.

 

mi addormentai sulla sedia senza rendermene conto, con il cuore in sussulto.

 

 

mi risvegliò una carezza tra i capelli. una tocco delicato e più familiare del previsto.

 

«santo godric!» scattai in piedi sull’attenti, quasi spaventato.

 

aveva il volto stanco, scavato. ma sorrise lo stesso. «ti ho fatto paura, eh weasley?» si sistemò capelli bianchi dietro l'orecchio.

 

la mano le tremava leggermente.

 

«angela.» dissi molto più piano.

sgranai gli occhi come per assicurarmi che fosse davvero lì, davvero lei. poi, mi passai una mano sul viso. «ma cosa- cosa è stato? perché sei svenuta? come stai?» aggiunsi tutto d’un fiato.

 

«calma, frederick.» lei rise. una risata debole, ma vera.

 

mi fermai di colpo. feci un respiro profondo.

poi mi avvicinai e la strinsi forte a me.

 

«io… ho visto qualcosa, credo.» esitò poi spostò lo sguardo altrove «poi è diventato tutto buio.»

 

«tutto qui?» mi allontanai di poco «angela, sei quasi-»

 

«e smettila con questo tono protettivo, weasley.» mi bloccò, «non preoccuparti per così poco.»

 

«tu non ti rendi conto di quello che è successo-» scossi la testa con forza.

stava minimizzando anche quello. anche dopo aver smesso di respirare davanti a me.

 

mi prese il polso e si mise il braccio intorno a se. mi tirò debolmente verso di lei. cercò di stringermi con tutta la forza che poteva.

 

«fred» sussurrò piano, quasi con rimprovero «abbi pietà.» afferrò appena il mio maglione tra le dita.

 

non dissi niente. la strinsi solo più forte che potevo.

 

bussarono alla porta ed entrarono il mio gemello, tonks, andromeda, remus e mia madre.

 

tonks la fissò con occhi sgranati come se stesse vedendo un fantasma. poi corse verso il lettino e la strinse a se.

 

mi allontanai appena da angela, lasciandole lentamente il braccio.

 

 

angela's pov

ero viva.

io stessa stentavo a crederci.

 

e la prima cosa che vidi al mio risveglio fu fred, addormentato accanto a me. aveva la testa piegata sul bordo del letto e una mano ancora stretta alla mia. mi stava aspettando.

 

sorrisi senza volerlo.

 

quello sembrò bastare per dimenticare ciò che era appena successo. per togliermi di dosso l’angoscia e la sensazione di tremore dalla pelle.

 

mi trattennero al san mungo per un altro giorno. dissero che volevano tenermi sotto osservazione. controllare i battiti, assicurarsi che non accadesse di nuovo.

 

ma nessuno sembrava davvero capire cosa fosse successo. e io facevo di tutto per non pensarci troppo a lungo.

 

e fred era rimasto, senza andar via. non smetteva di passare dalla mia stanza.

 

spariva per qualche ora e poi tornava con due cioccolate calde, qualche battuta stupida o delle gelatine tutti i gusti più uno, rubate chissà dove.

 

fingeva fosse tutto normale. ma i suoi occhi, lo tradivano sempre.

 

quella prima notte fu diversa.

 

ogni volta che chiudevo gli occhi, sentivo qualcosa premere contro la mia mente. immagini. sensazioni. quel brivido gelido lungo la schiena.

 

allora, li riaprivo subito.

 

i capelli continuavano a cambiare colore senza controllo. bianco, grigio, rosa sbiadito poi, di nuovo bianco.

 

io e fred facemmo rientro a grimmuald place scortati dall’ordine: tonks, remus, alastor moody, kinglsey shacklebolt e… sirius.

 

sirius era arrivato sotto forma del suo animagus, un grosso cane nero dal pelo arruffato.

 

per tutto il tragitto mi rimase accanto, silenzioso e attento, come una guardia del corpo.

 

eppure, tornare a grimmauld place fu peggio del previsto.

 

tutti parlavano a bassa voce.

 

tutti mi guardavano come se potessi spezzarmi da un momento all’altro.

 

la signora weasley continuava a sistemarmi le coperte anche quando non ce n’era bisogno, a riempirmi il piatto, a chiedermi se stessi bene ogni cinque minuti.

 

e io mi sentivo… estranea.

inoltre, avevo la sensazione che il mio corpo fosse troppo leggero mentre altre, troppo pesante.

 

george era stranamente silenzioso.

se ne stava seduto vicino alla finestra con le braccia conserte e lo sguardo basso. ogni tanto mi osservava, come se volesse chiedermi qualcosa. ma non trovava il coraggio.

 

tonks, cercava in tutti i modi di scherzare.«adesso hai un look drammatico e misterioso.» indicò i miei capelli completamente bianchi. risi piano.

 

lei no.

 

in quel momento che capii quanto si fosse spaventata davvero.

 

zia andromeda si fece trovare direttamente lì, mi aspettava in camera e quando arrivai, ci lasciarono sole.

 

ma lei mi lasciò libera, come se sapesse perfettamente ciò di cui avevo bisogno. nei suoi gesti mancava quella compassione tipica di chi guarda un malato.

 

e non disse nulla, anche se avevo la sensazione che avesse capito molto più di quanto lasciasse intendere.

 

mi aveva stretta in un abbraccio dei suoi: quelli forti e calorosi e allo stesso tempo composti.

 

«angelina» furono le sue uniche parole «ti voglio bene» e il suo sguardo e il sorriso gentile furono come una morsa allo stomaco.

 

qualcosa mi riportò immediatamente lì.

 

distolsi lo sguardo prima ancora che quei ricordi potessero riaffiorare davvero.

tornò a casa.

 

quella sera ginny rimase sdraiata accanto a me in silenzio, come se avesse paura di lasciarmi sola anche solo per qualche minuto.

 

«secondo te...» sussurai «avrei dovuto dirglielo? quello che ho visto»

 

«a chi?» ginny si girò lentamente.

 

«a fred.»

esitai appena.

 

ci fu il silenzio. lei non sapeva di cosa stessi parlando, ma non le serviva.

 

capiva sempre tutto, prima di tutti.

 

«no.» disse piano. «non adesso.»

 

abbassai lo sguardo.

 

e in quel momento capii che la mia decisione aveva un senso. avrei fatto di tutto pur di tenermi quel segreto dentro ancora un po’.

 

i giorni successivi scorsero lenti. grimmauld place tornò lentamente a riempirsi di rumori, discussioni e passi nei corridoi. l’ordine continuava ad andare e venire senza sosta.

 

io cercavo di convincermi che tutto fosse tornato normale.

 

e circa una settimana dopo il mio ritorno, ricevemmo una visita inaspettata.

 

«angela» sirius bussò in camera ed entrò «il professor piton è qui. vuole parlare con te ed harry» aveva uno sguardo cagnesco e un tono infastidito.

 

hermione e ginny si guardarono, poi guardarono me. ma io scrollai le spalle e scesi in cucina assieme a sirius.

 

la porta si chiuse dietro di noi con forza.

sirius rimase in piedi e a braccia conserte, lo sguardo minaccioso.

 

«potter, black» la voce di piton era fredda, tagliente. abbassò con la testa in segno di saluto. «sono venuto qui solo per informarvi, per conto del professor silente»

 

sirius respirò rumorosamente.

 

piton parve seccato «silente ha deciso che entrambi per il vostro bene, al rientro ad hogwarts, dovrete frequentare delle lezioni private di occlumanzia»

 

io ed harry ci guardammo interrogativi, la parola suonava sconosciuta ad entrambi.

 

«rispettivamente» continuò non curante dei nostri sguardi «potter frequenterà con me e black andrà con la professoressa mcgonagall»

 

bastarono pochi minuti perché il tono tra sirius e piton cambiasse. frecciatine, sguardi velenosi e tensione.

 

io colsi l’occasione per svignarmela e decisi saggiamente di lasciare harry nelle loro grinfie.

 

«angela» harry mi raggiunse in camera di corsa, con i capelli arruffati e quasi stremato dalla discussione tra sirius e piton.

 

si sedette sul letto indignato.

«è mai possibile che silente doveva mettermi proprio con piton.»

 

soffocai una risata.

 

«cosa ci troverà di divertente!» imprecò ancora.

 

«suvvia harry» gli diedi un pugno sul braccio «non sarà poi così male!»

 

«ma tu stai con la mcgonagall!» esasperato, si lasciò cadere sul letto.

 

 

poi, quella sera, fred mi chiese di raggiungerlo in camera sua, dopo cena. da quando eravamo tornati dal san mungo la situazione tra noi era stata… particolare.

 

era apprensivo senza mai rivelarsi davvero: non avevamo mai più parlato seriamente.

 

quando arrivai, fred era seduto sul bordo del letto e giocherellava con un bottone della camicia. sembrava spaesato e fuori luogo, come se si fosse appena pentito di avermi chiamata. non mi guardò nemmeno.

 

rimasi in piedi vicino alla porta.

 

nessuno dei due parlò.

 

il silenzio diventò insopportabile nel giro di pochi secondi.

 

«allora?» dissi alla fine.

 

alzò appena lo sguardo e si raddrizzò a sedere, come se prima di quel momento non si fosse reso conto che ero in camera con lui.

 

«allora cosa?»

 

lo fissai incredula «fred

 

sospirò piano. rimase in silenzio e si passò una mano tra i capelli «continuo a ripensare a quella mattina» abbassò di nuovo lo sguardo. «a quello che è successo.»

 

mi avvicinai di qualche passo, con aria interrogativa «volevi… parlarmi dell’incidente

 

«non so da dove cominciare»

 

rimasi in silenzio: avevo imparato che nelle conversazioni difficili con lui era meglio rimanere un ascoltatore silenzioso.

 

«quando» fece una pausa. «quando è successo… quella settimana era stata difficile e diciamo- diciamo che ho alzato un po’ troppo il gomito.»

 

aggrottai le sopracciglia, confusa.

 

«quanto?» chiesi, con le braccia conserte.

 

«un po’» alzò gli occhi guardandomi come un cano bastonato.

 

sospirai.

 

poi, gli diedi un pugno sulla spalla «e a me neanche un po’!»

 

la confusione lo attraversò di colpo «aspetta... cosa

 

«almeno un po’!» scoppiai a ridere

 

«ma non esiste proprio signorina.» lui rise piano «hai solo quindici anni!»

 

per un attimo tornò tutto leggero.

 

«tu ne hai solo due in più a me!» protestai.

 

«e molta saggezza in più» mi guardò con gli occhi socchiusi ma la sua bocca sorrideva.

 

alzai gli occhi al cielo, cercando di non sorridere troppo.

 

poi calò il silenzio, più pesante di prima.

 

mi sedetti affianco a lui e piegai la testa sulla sua spalla.

 

«angela...» esordì a bassa voce, senza guardarmi «mi ami

 

mi colpì alla sprovvista, in pieno petto.

«certo, sei il migliore amico che potessi avere» lo dissi di getto e mi odiavo per quanto suonasse vero e falso allo stesso tempo.

 

lui annuì e non disse nulla. ma vidi qualcosa spegnersi nei suoi occhi, si incupì.

 

«perché me lo chiedi?»

 

«ho avuto paura di perderti, per davvero»

 

«per… quello?» dissi, alludendo al bacio, «non è successo nulla, è passato.» ma dirlo, pesava dentro

 

«no. non è solo per quello» sospirò lentamente «quando ti ho vista lì in ospedale…» si fermò e si passò una mano sul viso «non lo so

 

abbassò lo sguardo.

qualcosa mi si strinse nel petto. aspettai.

 

ma lui, non aggiunse altro.

 

calò si nuovo il silenzio.

 

«e tu?» sussurrai, all'improvviso «mi ami

 

«secondo te?»

 

feci le spallucce.

 

lui abbassò lo sguardo con un sorriso piccolo, stanco. «sei angela black.» lo disse come se fosse la risposta più ovvia del mondo.

 

poi aggiunse piano, senza guardarmi negli occhi: «non so davvero cosa farei senza di te.»

 

l’abbracciai. sorrisi. ma dentro di me, qualcosa bruciava.

 

«voglio tornare a hogwarts» dissi dopo un po'.

 

«sì... anch'io» rispose, e mi strinse.

ancora più forte.